Pinguino (una cosa su Beppe Fenoglio)

Mi diceva stamattina un signore di una certa età che Beppe Fenoglio, noi, diceva, lo chiamavamo Beppe, era uno che non parlava mica tanto, stava sempre lì sotto una pianta con un libro, mi diceva lui, e quando eravam lì fuori dell’osteria di Placido, a San Benedetto, gli chiedevamo Cosa prendi, Beppe? Vuoi un caffè? e lui da sotto la pianta rispondeva sempre che lui prendeva volentieri un pinguino.

16 pensieri su “Pinguino (una cosa su Beppe Fenoglio)

  1. caspita che bello sentir parlare di Fenoglio da una persona che lo ha conosciuto.
    e caspita bis! Casa Placido per 21mila euro la potevamo comprare noi facendo una colletta…è un posto fantastico! 🙂

  2. Che coincidenza di nomi nell’acclarato: ma però, hanno ragione di domandarsi e domandare cosa sia accaduto dietro le quinte dell’ultima pagina ferma al 7 novembre di codesto tuo blog. Mica vogliamo sapere i fatti tuoi, ma poiché scrivevi con una regolarità quasi quotidiana che uno ci si abitua e dopo se non legge più nulla, allora ti piglia l’astinenza che si sa fa brutti scherzi e inizi ad avere le traveggole oppure ti senti talmente orfano che ti vengono le gambe molli e crolli con le ginocchia a terra ad ogni passo oppure piangi improvvisamente come gli adolescenti di una volta che quando si innamoravano non facevano altro che svenire a ogni sospiro e respiro come se fosse la conseguenza della diagnosi di insufficienza respiratoria. embè, noi si ha diritto di sapere qualcosa anche senza scendere in piazza come scalmanati o metterci a pregare davanti alla classica statua che stranamente piange perché si sa che le statue per la loro composizione non fisiologicamente umana non dovrebbero assolutamente emettere lacrime di nessun tipo. eppoi le lacrime hanno il vizio di essere contagiose e compromettenti, infatti stanotte non avevo sonno e mentre vedevo in tv dei film come Love story o Incompreso o Marcellino pane e vino o il Campione ho iniziato a piangere e mi ha sentito mia moglie che mi ha detto Dai smettila, vieni a letto ti do la bella cosa.

    Se pure fosse la decisione di smettere di scrivere per un certo periodo che si sa capita ai peggiori scrittori che la pagina bianca ti cambia i connotati o semplicemente una frenata ecologica come si fa col mare che il mare a un certo punto è stanco di produrre i pesci che poi viene uno prende un cesto pieno di alici e le moltiplica, le ceste intendo. E poi, caro ragazzo, hai una certa fama. E la fama e come la fame: è sempre in agguato e la devi rintuzzare, anche se hai deciso di lasciarti andare. Forse questa assenza dipende dal fatto che sei diventato un editore e quando si diventa editore succedono delle cose stranissime come svegliarsi in piena notte e spiluccare di qua e di là come un qualsiasi pensatore di una certa portata. io ora qui ci aggiungerei un commento che scrissi per un altro tuo post datato proprio nel mese di novembre, perché l’ultima volta che hai scritto un post è stato il 7 di novembre che il 7 novembre poteva essere prima o dopo pasqua e persino poco prima di luglio e agosto quando si sta per partire. perché partire è sempre un po’ come rimanere da dove si parte. Stamattina il sole già scotta. E ride.

  3. Posso trovarmi in accordo con quanto detto da Transit, però fatico a trovarmi in accordo con il metodo: più avanti mi spiegherò meglio.

    Prima introduciamo un gioco, un gioco che consiste nel supplire alla mancanza di post dell’autore con post dei lettori, sotto forma di commento, ovviamente.
    Un titolo e via. Così teniamo in vita il blog stesso. Sperando che l’autore vero non si offenda del fatto che, quando non c’è il gatto, noi topolini proviamo a ballare.

    Chi inizia? Inizio io, dai, prvo a dare il buon esempio.
    Tema libero, ovviamente.

    Titolo: Lo stile

    “Vi sono due tipi di lettori: il lettore perspicace e il lettore confuso, che butta giù tutto. Nonostante io stesso abbia profuso impegno per cercare di raccogliere i caratteri tipici di uno e dell’altro, così da poter riconoscere il tipo di lettore prima ancora che questo abbia aperto il libro, l’onestà mi impone di confessarvi che non ho ancora trovatoi quale sia l’elemento critico per discernere un lettore perspicace da uno confuso.
    Fortunatamente per voi, nel caso in cui, leggendo questo pezzo, vi stiate chiedendo che tipo di lettore siete, c’è un grosso indizio.per arrivare alla risposta.

    Durante una sua lettura (mettiamo caso questa stessa lettura) il lettore perspicace si chiede chi sia lo scrittore, perché diavolo stia scrivendo, dove vuole arrivare, e a volte si agita sulla sedia.
    In questo caso un lettore perspicace potrebbe aver ragione se credesse di essersi imbattuto in un testo di mediocre taglio, uno di quelli pagati all’etto, al litro, a cosa si dovrebbero pagare gli scritti, al metro, al metro sì, giammai a un tot a quante volte sono letti o citati, per l’amor del cielo, mica si scrive per esser ricordati, si scrive per sopravvivere, per pensare, Alfieri lo diceva, -Leggere come l’intendo io vuol dire profondamente pensare-, quindi si scrive anche per far pensare, quale presunzione, e uno l’abbiamo ricordato, ha trovato il modo per vivere dopo la sua morte con le sue opere, e magari un altro autore, uno di quelli bravi per davvero, non che Alfieri non lo fosse, ma si intende uno di quelli che scrivono già sapendo che saranno ricordati, mica uno di quelli che scrivono per un tot all’etto, o al litro, o a quella cosa a cui si paga la gente per scrivere, o peggio, uno di quelli che scrivono per l’horror vacui, per arrivare in fondo al foglio, magari quell’altro autore, quello bravo per davvero, o un altro per lui, dirà,

    “Quest’uomo scrisse solo per esercizio, per vedere se dopo aver letto un autore riusciva a uniformarsi allo stile di quest’ultimo, senza rinunciare alla propria impronta, o nascondendo dietro alla bugia di voler essere autentico, di mantenere la propria personalità, la propria incapacità di raggiungere la vetta che per primo e unico, dato che sarà per sempre inaccessibile, raggiunse l’originale genio.”

    Che poi questo modo di scrivere che sembra influenzato un po’ da quel blog vomitato, quello che ha vinto ancora un premio quest’anno, quello bianco e arancione, ma soprattutto il fatto che questo modo di scrivere (azione che giuriamo non è retribuita, nè al chilo, nè al metro, nè in riconoscenza) ricordi, se non altro per l’abbondare di virgole, quello di qualcun altro, potrebbe essere solo uno di quegli scherzi del destino che registriamo sotto la voce coincidenze.

    E potrebbe sembrare un indizio anche la scarsità di punti, o meglio assenza, di punti, dove starebbero bene, dato che una scarsità portata alle estreme conseguenze è una assenza, quasi si dovesse risparmiare quel carattere che ripetuto tre volte non si fortifica nè prolunga ma lascia in sospeso, e se questo presunto indizio fosse tale, ma che indizio è una assenza, questo modo di scrivere allora potrebbe ricordare, seppur lontanamente, mai perdere la propria personalità o la propria impronta, quello di un premio Nobel per la letteratura, quel Portoghese, quel Saramago, sì quello della cecità, della lucidità e di Gesù Cristo, e di mille altre cose. Se la mancanze fossero indizi certi, allora i più converrebbero a gran voce che lo stile si rifà a quello del già citato autore. Inoltre lo scrittore occasionale, mica è pagato per fare questo, riporta tale Saramago tra i suoi scrittori preferiti, e Del Piero chiudeva forse gli occhi quando Platini giocava, temendo potessero dirgli, L’hai copiato, e un bravo pittore sa far tutto, Picasso sapeva dipingere come pochi, quand’è stato capace di manipolare tutti gli strumenti, che nel suo caso sono pennelli, ha aggiunto il genio e la creatività, dopo la gavetta, ed è diventato quello che si studia a scuola, quello che sembra non sappia disegnare, ma ciò sembra solo all’autore di questo pezzo, pezzo d’asino com’è in materia d’arte. E non si può negare che Leopardi abbia passato la giovinezza a leggere i grandi classici, così come l’esperienza ci assicura che ognuno impara a parlare ascoltando e imitando la voce della madre e degli altri che gli stanno vicino.

    Così questo può sembrare, e terminiamo qui la lunga digressione, un esercizio di stile, invece vuol essere, quanta presunzione, un inno al cercare di imparare da tutti, ma mantenendo il proprio, di stile.”

    Con affetto,

    Michele

  4. Credo che non solo bisogna ascoltare o lasciare che le parole degli altri arrivino ai propri timpani e relativa catena degli ossicini dell’orecchio esterno, medio e interno compreso la chiocciola, ma che le parole, le pause e i silenzi tra una parola e l’altra arrivino nei laghi e nei fiumi interni del non ascoltare con l’organo principe dell’udito.
    Bisogna ascoltare ciò che non è stato detto e non si ascolterà per vari motivi. si diceva dello stile, ma lo stile non è anche appunto la voce? Per avere uno stile, nelle scuole di scrittura cosiddetta creativa si fanno degli esercizi imitando lo stile dei grandi scrittori del passato; bene, ma lo stile penso su cosa è intessuto se non appunto la voce. lo stile altrui è come il quadro di un pittore: lo riconosci subito così come riconosci un amico tra tutti gli altri del gruppo. E’ la voce che fa lo stile; la voce mutevole che va incontro all’invisibile e alla raucedine e all’abbassamento vocale perché probabilmente si parla talmente tanto che si emette solo quantità vocale che sforzando le corde vocali al punto da riscontare da parte alla visita di un otorinolaringoiatra tramite laringoscopia non solo l’insorgenza di polpi o noduli, ma di afonia intermittente, parziale o totale che molto spesso, anche se non sempre, hanno risoluzione nell’intervento chirurgico con accertamenti ematici, radiografia del torace, elettrocardiogramma e visita cardiologica, ricovero e intervento chirurgico programmati. In ceti casi, però se si è visitati da un bravo foniatra, il quale prima di sottoporsi all’intervento chirurgico consiglia delle sedute di logopedia. Molti pazienti hanno trovato giovamento ed evitato di andare sotto i cosiddetti ferri. Dicevamo lo stile e la voce. Lo stile è cosa diverso dalla voce, intendo la voce dello scrittore e penso anche dello scrivente. Spesso avremo degli scrittori che non sono scriventi e degli scriventi che paradossalmente sono scrittori solo in un ambito ristretto, cioè il loro mondo appartato. Lo scrivente e lo scrittore si incontreranno mai? E lo stile e la voce se son corse diverse si uniranno mai sapendo che sono fratello e sorella o non lo sono affatto, perché il loro ambito è talmente stretto da non riuscire a dividerli e a vederli operare su due piani diversi e semmai solo convergenti come possono essere due tre quattro corsie di un autostrada o due parallele che corrono nell’infinito(nascita e morte)che mai si toccheranno. Dove trova linfa lo stile da tutto ciò che si è ascoltato, imparato e letto, ma anche scopiazzato e diciamolo pure, rubato. E la voce, intendo la voce da cosa e chi è composta, da cosa è stata nutrita o addirittura vessata o disconosciuta; la voce, quella voce che viene da territori lontani e invisibili agli occhi al corpo, perché siamo immersi e circondati dalla materia, e ancor più al cuore … il cuore batte, sentiamo che batte, sappiamo che è un muscolo centrale per il nostro organismo, ma il cuore non lo vediamo mai, come l’anima … l’anima, ammesso che esista; ma, almeno per me, l’anima sono tutte le sensibilità, e talenti innati, che ti porti dentro e fuori nel contatto tra il mondo e i mondi. E la voce di uno scrittore, ma direi semmai di uno scrivente, perché lo scrivente è più vicino alla natura quindi più naturale, sarà una sola voce, la propria voce o una molteplicità di voci. Lo stile è un artificio come il cantante, ma non il cantore abborracciato e stonato o intonato ma solo una voce tra le tante, che ripete sempre la stessa motivo e ritornello della canzone di successo fino alla fine della carriera. La voce, una voce come un cantante alla Jannacci, non riesce a farsi imprigionare per per far piacere a se e agli altri, ma perché la voce di uno scrivente è ciò che può fare uno scrittore sempre sul punto di scoprire la vita e il vastissimo territorio a essa legato.

    Stamattina pensavo a questo spazio da occupare come si fa con le case ormai vuote con l’attività incessante di quelli che di giorno o di notte si mettono a scrivere perché spinti dal bisogno di scrivere perché scrivere è come tutti i bisogni vitali.

    Lo stile e una ripetizione, un recinto carcerario, anche se di successo, un giardino incantato che bisogna sempre pitturare di nuovo, una gabbia dorata(le vendite?); la voce è l’alba che sorge dalle tenebre e muore nella sua stupida banalità … la voce il caos primordiale dell’umanità. La voce è la carne che non trova pace.

    @Flat Eric, trovo il tuo commento davvero divertente, ironico e contraddittorio. Mi hai fatto sorridere e ho pensato: O sei ironico tu, o lo sono io, o tutti e due. Sei d’accordo come me e poi m’ nchiure dint’a ‘na parentesi mi fa schiattà ‘e risate.

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